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La Commissione Europea a seguito di una denuncia partita dall’Italia, ha avviato una istruttoria sulle regole di formazione delle squadre italiane professionistiche di pallacanestro. Ha chiesto al governo italiano, che ha girato la richiesta al CONI ed alla FIP, una risposta entro il 13 febbraio prossimo su alcuni punti considerati critici in relazione alle regole europee di libera circolazione dei lavoratori. È noto che sin dal 1995, data della famosa sentenza Bosman, non ci possono essere limitazioni al diritto dei cittadini di uno stato membro dell’Unione Europea di svolgere qualsiasi attività lavorativa (anche quindi un lavoro sportivo) in un qualsiasi altro stato membro (attualmente sono 27 paesi). L’attuale regola federale prevede che in ogni club professionistico, tra i giocatori iscritti a referto, debba prevedersi una quota minima di 5 atleti in Serie A e di 7 in Legadue dotati di 2 requisiti: 1) abbiano ricevuto la formazione sportiva in Italia, e cioè abbiano partecipato ad almeno 4 campionati giovanili gestiti dalla FIP tra i 14 ed i 19 anni, a prescindere dalla loro cittadinanza; 2) siano selezionabili per le Squadre Nazionali, e quindi siano cittadini italiani (può essere convocato solo un cittadino della Nazione) e non abbiano mai giocato per Nazionali di altri paesi (non sono rari i casi di atleti che cambiano cittadinanza e che prima che ciò accada abbiano giocato per la Nazionale del paese di provenienza). È evidente, ed è da sempre a tutti noto nell’ambiente e tra gli addetti ai lavori, che il secondo requisito, e cioè quello che prevede, seppure indirettamente e cioè tramite il richiamo alla possibilità di essere selezionato per la Nazionale, il possesso del passaporto italiano per potere avere accesso alle quote riservate, contrasta con le regole europee della libera circolazione, perché opera una discriminazione tra cittadini di stati membri dell’UE. E proprio questo è stato il rilievo principale mosso dalla Commissione Europea. Non ci possono essere dubbi sul fatto che la FIP dovrà adeguarsi al rilievo e consentire quindi che nella quota protetta possano rientrare atleti cittadini di uno stato membro, o anche di uno stato esterno all’UE, ma che abbia sottoscritto con l’Unione accordi internazionali di parità di trattamento ai fini delle condizioni di lavoro (come, ad esempio, la Repubblica Slovacca), a condizione che siano stati formati nel nostro paese. Quanto al primo requisito, quello della formazione, nello stesso documento della Commissione Europea è specificato che esso non causa una discriminazione diretta basata sulla nazionalità, e che gli eventuali effetti discriminatori indiretti sono giustificati dal fatto che la regola persegue un obbiettivo legittimo e meritevole di tutela, come quello di potenziare e tutelare la formazione e lo sviluppo di giovani giocatori. Vale la pena di evidenziare quindi che il principio della formazione, che la FIP ha introdotto già da molti anni per prima in Europa, e che molti club e la stessa Lega Serie A hanno sempre contestato e contrastato, è considerato lecito ed opportuno dalla stessa Commissione Europea. Altri paesi importanti come Francia e Spagna si sono adeguati e lo hanno introdotto nei rispettivi regolamenti. La Commissione Europea solleva anche un altro interrogativo in merito alle regole di formazione delle squadre, per la verità in modo meno perentorio e più sfumato rispetto al precedente. Chiede chiarimenti sulle ragioni per cui anche per i cittadini italiani sia richiesta la formazione, regola che per la Commissione “sembra limitare la possibilità di partecipare alle competizioni per giocatori italiani che siano stati formati e abbiano giocato in altri Paesi dell’Unione”. Non so quanti atleti italiani formati in un paese dell’Unione ci siano oggi in Italia, forse un paio. Il problema rimane comunque assorbito dalla prevalenza del criterio della formazione: un atleta o è formato in Italia o non lo è, e se lo è può entrare in una quota riservata a prescindere dalla sua nazionalità. La questione dei “passaportati” va risolta politicamente, possibilmente valutando caso per caso le ragioni di ciascuno, senza interferenze dall’esterno. |