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FAQ
Mercoledì 14 Ottobre 2009 10:46

1. Perché un giocatore dovrebbe associarsi alla Giba?

2. Come funziona la questione dei giovani di serie? Che diritti hanno?

3. In quanto tempo posso ottenere un lodo? Quanto tempo passa prima che possa recuperare i soldi che mi spettano?

4. Quali giocatori hanno diritto alla polizza infortuni?

5. A che punto siamo con il numero di italiani e non, che possono giocare in serie A e Lega due

6. Perché in Serie A e B Dilettanti i giocatori non hanno gli stessi diritti che nei campionati professionistici, anche se spesso l’intensità dell’impegno non è inferiore?

7. Come posso tutelarmi se la Società non vuole mettere tutto il mio compenso nel contratto?

8. Come sono cambiate le regole antidoping?Ci sono differenze tra professionisti e non professionisti?

9. Come posso contestare una multa della Società che ritengo ingiusta o eccessiva?

10. Che succede se mi ammalo o mi infortuno? Chi paga le spese mediche? Posso scegliere io le medicine o il medico da cui farmi curare, o il chirurgo da cui farmi operare, o il centro dove svolgere la riabilitazione? 

11. Quanto rende il Fondo di Fine Rapporto? Quando posso chiedere la liquidazione della quota depositata a mio nome?

1. Perchè un giocatore dovrebbe associarsi alla giba?
Perchè GIBA rappresenta la componente dei giocatori a livello politico, nei rapporti con la Federazione e con le Leghe ed all'interno del Consiglio Federale, che è il luogo dove vengono assunte tutte le decisioni sulle regole del gioco; perchè GIBA offre assistenza e consulenza per qualsiasi problema il giocatore professionista o non professionista possa avere nei rapporti con il proprio club ed in genere per ogni questione collegata con la pratica sportiva; perchè lo sport (piaccia o non piaccia) si gioca anche al di fuori dai campi di gioco, e GIBA sostiene gli interessi dei giocatori nel confronto politico con le altre componenti (Federazione e Club).

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 2. Come funziona la questione dei giovani di serie? Che diritti hanno?
L'art. 4 del Regolamento Esecutivo Settore Professionistico contiene la disciplina che riguarda i giocatori "giovani di serie". Si definiscono così i giocatori giovani (da 15 a 21 anni) cresciuti nei vivai delle società professionistiche ancora privi di contratto da professionista. I giovani di serie, anche quando diventano maggiorenni, rimangono vincolati con la società professionistica sino a 21 anni. Il club può proporre al giovane di serie il primo contratto da professionista, che l'atleta è tenuto ad accettare. Il giovane di serie può essere "prestato" ad altra società non professionistica per una o più stagioni e poi rientrare nel club di provenienza senza perdere lo status fino ai 21 anni. Raggiunta tale età, se il club non gli ha ancora formulato una proposta di contratto, l'atleta si svincola. L'atleta giovane di serie ha diritto a percepire un rimborso spese (non un compenso) negoziabile con il club. L'atleta giovane di serie schierato a referto per almeno 18 volte in partite ufficiali (anche di Coppa Italia e di Coppe Europee) durante la stessa stagione matura il diritto di diventare professionista dalla stagione successiva. In mancanza di offerta contrattuale, egli si svincola e può liberamente tesserarsi per altro club professionistico o non professionistico.

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3. In quanto tempo posso ottenere un lodo? Quanto tempo passa prima che possa recuperare i soldi che mi spettano?
Il mancato pagamento da parte di un club della retribuzione prevista alle scadenze concordate, comporta il diritto del giocatore ad accedere ad una procedura arbitrale per l'ottenimento di un lodo di condanna del club medesimo al pagamento di quanto dovuto. Gli organi deputati alla gestione degli arbitrati sono diversi tra professionisti e non professionisti e diversa è anche la procedura. Diciamo che per gli arbitrati dei professionisti ci vuole meno tempo per giungere ad una decisione (da una settimana ad un paio di mesi). Per i non professionisti i tempi sono leggermente più lunghi da 3 a 4 mesi, salvo imprevisti. Nulla comunque al confronto con i tempi lunghi della giustizia ordinaria dello Stato italiano (in media ci vogliono da 3 a 5 anni per una sentenza di primo grado). Una volta ottenuto un lodo, le società che non lo ottemperano entro i termini assegnati dalla FIP (in genere un altro mese) subiscono una penalizzazione in classifica da scontare nella stagione successiva. Se l'inadempienza si protrae sino al termine della stagione, i club sono esclusi dall'organizzazione federale e perdono il titolo sportivo. Per le sole società professionistiche la esecuzione delle decisioni è assicurata anche da una garanzia bancaria obbligatoria.

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4. Quali giocatori hanno diritto alla polizza infortuni?
I giocatori di sere A e di Legadue sono considerati professionisti ed hanno lo status di lavoratori dipendenti, con tutto quello che ne consegue: diritto alla pensione, al fondo di fine carriera, alla assistenza previdenziale. Beneficiano anche di una polizza assicurativa che copre i rischi di morte ed invalidità permanente da infortunio, secondo dei massimali che vengono concordati tra Leghe professionistiche e GIBA e che sono riportati negli Accordi Collettivi di categoria (consulta il ns. sito). Per i giocatori non professionisti che giocano i campionati nazionali di Serie A, B e C dilettanti, esiste un modulo di accordo economico predisposto da GIBA e Lega Nazionale Pallacanestro nel quale è previsto l'obbligo per i club di garantire copertura assicurativa agli atleti: occorre però sottoscrivere quell'accordo (scaricabile dal nostro sito www.giba.it <http://www.giba.it/> ) e non altri. Per tutti i giocatori non professionisti e di categoria giovanile vige una copertura assicurativa "federale" di scarsissimo rilievo e quasi inutilizzabile se non in caso di infortuni particolarmente gravi che comportano la impossibilità di proseguire la pratica sportiva. Suggeriamo comunque a tutti i giocatori, professionisti e non professionisti, di integrare le polizze assicurative istituzionali con polizze private. L'integrità fisica è indispensabile per chi svolge la pratica sportiva a livello agonistico, spesso in cambio di una retribuzione: i soldi spesi per assicurarsi non sono mai soldi sprecati.

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5. A che punto siamo con il numero di italiani e non che possono giocare in serie a e legadue?
Nelle prossime settimane sarà presa una decisione sul tesseramento e l'impiego dei giocatori (italiani e stranieri) nei campionati professionistici, per le stagioni 2009/2010 e successive. Si tratta di una delle prime spinose questioni che il Consiglio Federale della FIP, che si è insediato il 7 febbraio, dovrà risolvere. Quello che è certo, e che è stato confermato dal presidente Meneghin anche nel documento programmatico che ha presentato il giorno dell'elezione, è che la decisione scaturirà da un confronto tra FIP, Leghe e GIBA e che non si seguirà il metodo del passato, quando la componente dei giocatori non era coinvolta nella decisione. Ad ispirare l'azione federale dovrà essere il documento della Giunta del CONI del 23 luglio 2008 nel quale sono riportate alcune indicazioni relative al metodo ed al merito dell'accordo. Non è in dubbio che le nuove regole dovranno prevedere: a) una riduzione del numero dei giocatori americani; b) la possibilità di accedere alla quota cosiddetta "riservata", solo a giocatori che per addestramento e formazione siano realmente riferibili al movimento italiano della pallacanestro.

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6. Perchè in serie a e b dilettanti i giocatori non hanno gli stessi diritti che nei campionati professionistici, anche se spesso l'intensità dell'impegno non è inferiore?
Si tratta di una anomalia dello sport italiano. All'estero, l'atleta che percepisce una retribuzione o un compenso per la propria attività di sportivo, è considerato un professionista, a prescindere dallo sport, dal campionato, ed in genere dal livello delle sue qualità sportive. In Italia, invece, il CONI e la singola Federazione stabiliscono se un determinato sport debba avere un settore professionistico oppure no, e se sì, quale campionato debba considerarsi professionistico e quale dilettantistico, e ciò a prescindere dalla intensità e dalla qualità dell'attività realmente svolta, ed a prescindere dal rapporto esisente tra l'atleta ed il club (anche, quindi, in presenza di previsione di pagamento di un compenso o della esistenza di un vincolo disciplinare). Si spiega così l'assurda situazione della Pallavolo, ai cui atleti non è riconosciuto lo status di professionisti pur essendo tra i meglio preparati e pagati del mondo. E si spiega così quanto accade nel basket, nel quale solo dal 1994 la FIP ha deciso che ci debba essere un settore professionistico, limitandolo ai primi due campionati maschili. Per questa ragione, chi gioca in Serie A o in Legadue matura annualità di pensione, ha tutele previdenziali, salariali e contrattuali in genere di livello superiore rispetto a chi gioca negli altri campionati, anche perchè la sua attività ed i suoi rapporti con i club, proprio perchè vige lo status di lavoratore subordinato, sono regolati da un Accordo Collettivo di categoria siglato dalle Leghe professionistiche e dalla GIBA. Per i giocatori delle categorie non professionistiche, comunque, è in fase avanzata un confronto tra la Lega Nazionale Pallacanestro (che raggruppa tutti i club di serie A, B e C dilettanti) e la GIBA, per la formulazione di un accordo economico tipo, nel quale siano riportate molte delle norme già in vigore a tutela dei giocatori professionisti. L'obiettivo è di giungere in breve allo stesso risultato anche per le giocatrici di Serie A.

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7. Come posso tutelarmi se la società non vuole mettere tutto il mio compenso nel contratto?
Si tratta di malcostume molto diffuso ed assai rischioso per i giocatori. Lo schema utilizzato è il seguente: il club professionistico propone di suddividere in due parti il compenso, e di inserire una parte nel contratto cosiddetto "di lega" che è quello che viene depositato regolarmente, e la parte residua nel contratto cosiddetto "di immagine" che rimane solo in mano alle parti. La convinzione diffusa (del tutto infondata), è che sul primo si paghino le tasse e sul secondo no. In base a tale ragionamento (si ripete, sbagliato e pericoloso), non è raro che vi siano contratti di immagine spropositati rispetto ai contratti di lega. La verità è che con i contratti di immagine aumentano enormemente le difficoltà di recupero delle somme eventualmente non corrisposte dal club all'atleta; che sulla somma prevista nel contratto di immagine non si calcola il Fondo di Fine Carriera, nè il contributo previdenziale ENPALS ai fini pensionistici. Inoltre, con i contratti di immagine fuori controllo non è possibile operare quei controlli necessari per garantire la serietà e la regolarità del campionato: non è corretto che, a parità di budget, un club in regola con gli adempimenti fiscali (e che quindi caso mai andrebbe premiato e non penalizzato) possa investire in forza lavoro meno di un altro più spregiudicato, che deposita contratti con importi largamente inferiori a quelli in realtà corrisposti. E' anche per questa ragione che in America o nel resto d'Europa il movimento della pallacanestro italiana è in genere considerato poco affidabile (a dir poco). E' opportuno che FIP, Leghe professionistiche ed Associazione Giocatori si adoperino sin dalla redazione delle nuove regole di tesseramento, e dal rinnovo dell'Accordo Collettivo, per risolvere tale anomalia.

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8. Come sono cambiate le regole antidoping? Ci sono differenze tra professionisti e non professionisti?
Dal 1-1-2009 sono entrate in vigore anche per il basket e gli altri sport di squadra, le nuove regole di controllo predisposte dalla WADA - Agenzia mondiale antidoping. Esse prevedono, tra l’altro, l’obbligo per alcune categorie di atleti di indicare il luogo di reperibilità per 365 giorni all’anno, nonchè l’ora del giorno (tra le 6 e le 23), per un eventuale controllo, attraverso la compilazione e l’invio trimestrale di moduli appositamente predisposti (Atlhete Whereabouts). Prevedono anche l’inserimento dei dati personali di questi atleti in un database unico (cosiddetto ADAMS – Anti Doping Administration & Management System). Come è intuibile, le associazione rappresentative degli atleti in Italia ed in Europa sono in grande fermento, e sono già state avviate iniziative politiche e legali di contrasto avverso la nuova disciplina, stante la palese violazione che la sua applicazione determina di alcuni elementari diritti di cui godono tutti i normali cittadini europei (in primo luogo il diritto alla privacy ed il diritto al godimento di periodi di ferie senza condizionamenti o limitazioni di sorta).
In altra parte della rivista l’argomento viene trattato in maniera dettagliata. In attesa dei cambiamenti auspicati della normativa, che potranno intervenire o per via politica (ove l’agenzia WADA accetti di ascoltare anche i rappresentanti degli atleti, sino ad oggi assurdamente ignorati), o per via giudiziaria (attraverso l’atteso pronunciamento di illegittimità da parte delle Autorità Giuridiche Europee, già interessate), è opportuno chiarire quali sono, allo stato, nel basket italiano, gli atleti interessati dalle nuove regole, ed evidenziare le differenze della disciplina tra il settore professionistico e il settore non professionistico.
- le sostanze considerate dopanti e delle quali è quindi vietata l’assunzione, pena severe sanzioni, sono le stesse a prescindere dal campionato nel quale si gioca. Non c’è maggiore o minore tolleranza tra un campionato ed un altro. Cambiano solo il sistema, le autorità preposte ai controlli, e la frequenza dei controlli stessi.
- la responsabilità in caso di accertamento di assunzione di sostanze dopanti è personale dell’atleta, anche se la sostanza è stata prescritta da medico (anche dal medico del club), o addirittura anche se è stata somministrata dal medico sociale. Per questa ragione, è vivamente consigliato, prima della assunzione di qualsiasi prodotto o farmaco o integratore, anche all’apparenza innocuo, di controllare con attenzione il tipo di sostanza, chiedere informazioni sulla stessa anche eventualmente al di fuori della organizzazione del club, e verificare che nella scatola di confezionamento del prodotto non sia apposto il simbolo del doping (obbligatorio per legge);
- in caso di necessità di assunzione di farmaci per qualsiasi ragione, anche estranea alle esigenze sportive, è vivamente consigliato assumere informazioni circa l’eventuale inserimento di quel particolare farmaco tra i prodotti vietati. Anche un farmaco all’apparenza inoffensivo può essere proibito, ad esempio perchè coprente, in sede di controllo, di altre sostanze dopanti (è capitato ad un giocatore che assumeva un farmaco per arrestare la caduta dei capelli di subire una squalifica di 1 anno, in quanto un componente chimico di quel prodotto impedisce l’accertamento della presenza di altre eventuali sostanze dopanti);
- l’obbligo della reperibilità per tutto l’anno, di cui sopra si è dato conto (whereabouts), interessa al momento solo alcune categorie di atleti, e precisamente quelli inseriti nel cosiddetto Registered Testing Pool (RTP). Sono considerati atleti RTP: gli atleti di squadre di Serie A qualificate per i play off, fino al 31 dicembre dello stesso anno (i giocatori che al termine della stagione cessano il rapporto, dal momento della cessazione – di solito il 30 giugno – fuoriescono dall’elenco; vi rientrano tutti i giocatori tesserati di quel club, anche quelli più giovani o meno impiegati; vi rientrano i giocatori ingaggiati anche successivamente alla disputa dei play off e fino al 31 dicembre dello stesso anno); gli atleti appartenenti al club Olimpico (in occasione di Giochi Olimpici); gli atleti inseriti dalla Federazione nella cosiddetta “lista FIBA” e cioè la lista che si presenta alla vigilia delle competizioni per Nazionali; gli atleti stranieri inseriti nel RTP dello Stato di provenienza; gli atleti convocati per le Rappresentative Nazionali (non anche quelle collegiali o sperimentali): sarà cura della FIP indicare nel comunicato ufficiale di convocazione se si tratti di atleti da inserire nel RTP.
- per il settore femminile, le atlete inserite nel RTP sono solo quelle del Club Olimpico; quelle inserite nella lista FIBA; quelle selezionate per Rappresentative Nazionali (se specificato nel comunicato di convocazione); quelle straniere inserite nel RTP del Paese di provenienza.
- si invitano gli atleti a prestare la massima attenzione sia se si tratti di periodo in cui è in corso di svolgimento una attività di club (di preparazione o di campionato), sia se si tratti di periodo di vacanza o comunque di sospensione della attività. Solitamente, nel primo caso, il club segnala alla competente autorità il programma dettagliato degli allenamenti ed i luoghi di svolgimento (nei quali effettuare i possibili controlli), mentre nel secondo è  direttamente il giocatore a dare informazioni sulla propria reperibilità e ad indicare l’ora del giorno di disponibilità per l’eventuale controllo. Tuttavia, stante la personale responsabilità dell’atleta anche in caso di difetto organizzativo del club, si raccomanda vivamente ai giocatori RTP di farsi consegnare il programma di allenamenti così come inviato dal club all’autorità preposta, in modo da poter verificare di volta in volta la effettiva esecuzione dello stesso, e segnalare autonomamente eventuali variazioni di orario o di luogo di allenamento, o la mancata partecipazione per qualsiasi ragione all’attività programmata (ad esempio, una indisponibilità improvvisa o la decisione dello staff di far svolgere una attività differenziata presso altra sede)
- se il funzionario incaricato si reca nel luogo indicato per l’allenamento all’ora prevista, e per qualsiasi ragione non rinviene l’atleta, stila verbale di controllo mancato; lo stesso accade per l’atleta in vacanza, nel caso in cui l’incaricato non lo trovi nel luogo (casa, hotel, residence o altro) segnalato, all’ora indicata. Dopo un certo numero di controlli mancati è prevista una squalifica da uno a due anni!
- per i giocatori non professionisti e per le giocatrici (ad eccezione di quelle inserite nel RTP), non è previsto l’obbligo della reperibilità: il controllo mancato si verifica solo se l’atleta si sottragga volontariamente ad un accertamento.
- il tipo di sanzione prevista in caso di assunzione di sostanze dopanti è identico a prescindere dal campionato disputato ed a prescindere dalla disciplina sportiva svolta. Le decisioni degli Organi di Giustizia delle singole Federazioni Nazionali sono infatti tutte soggette al vaglio dal GUI (Giudice di Ultima Istanza), Organo di Giustizia Sportiva appositamente istituito in materia di doping presso il CONI.

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9. Come posso contestare una multa della società che ritengo ingiusta o eccessiva?
Intanto, è opportuno sapere che il club ha un termine perentorio (cioè non dilazionabile) di 5 giorni dalla conoscenza del fatto che ritiene punibile con provvedimento disciplinare, per avviare la procedura sanzionatoria. Trascorso tale termine, la eventuale multa è nulla e va immediatamente contestata dinanzi al Collegio Permanente di Conciliazione e Arbitrato (CPCA), che ne dichiara l’inefficacia.
Il club non può applicare una multa se non dopo avere seguito una particolare procedura: entro 5 giorni dalla conoscenza del  fatto (come appena detto) deve contestare l’addebito al giocatore, e cioè deve comunicare per iscritto le ragioni per le quali intende avviare la procedura disciplinare; deve nella stessa lettera comunicare al giocatore che ha un termine non inferiore a 5 giorni per discolparsi; solo dopo avere ascoltato il giocatore, e comunque entro i 5 giorni successivi alla scadenza del termine concesso al giocatore, può comunicare sempre per iscritto la sanzione. Se il club, senza seguire la superiore procedura, e cioè senza prima contestare l’addebito e dar modo al giocatore di discolparsi, comunica subito la multa al giocatore, questi può chiederne la nullità e l’inefficacia al CPCA.
Il giocatore, oltre a poter discolparsi prima di subire la sanzione, può sempre contestarla dopo, con ricorso al CPCA, da inoltrare entro 10 giorni dalla comunicazione della sanzione ( art. 32 AC).
La multa deve essere proporzionata rispetto al fatto contestato e, per i casi più gravi, non può superare il 2% del valore del contratto depositato.
Non è ammesso multare un giocatore per scarso rendimento o per il mancato conseguimento dei risultati programmati.

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10. Che succede se mi ammalo o mi infortuno? Chi paga le spese mediche? Posso scegliere io le medicine o il medico da cui farmi curare, o il chirurgo da cui farmi operare, o il centro dove svolgere la riabilitazione? 
La regola generale è che in caso di malattia o infortunio, a meno che queste non siano conseguenza di comportamento sregolato o di colpa grave dell’atleta, questo ha diritto al pagamento integrale del compenso pattuito per almeno 7 mesi e mezzo, e ciò anche se la malattia o l’infortunio non derivino dalla pratica sportiva. Se la malattia o l’infortunio si protraggono oltre tale periodo di 7 mesi e mezzo ed il contratto non è intanto scaduto, il club ha facoltà di dimezzare l’importo del compenso residuo; in alternativa, il club e l’atleta hanno anche facoltà di chiedere la risoluzione del contratto.
Nel caso di infortunio derivato dalla pratica agonistica il club è tenuto a coprire tutti i costi medici. La società deve fornire all’atleta una completa ed adeguata assistenza sanitaria (art. 14 AC). L’atleta può scegliere una cura diversa o un medico proprio o un chirurgo di fiducia in caso di intervento, senza dover sottostare alle prescrizioni dello staff medico della società. In tal caso il club è comunque tenuto a concorrere ai costi necessari “in misura non superiore al costo normalmente necessario per assicurare una assistenza qualificata secondo le circostanze” (art. 14.2 AC). Lo stesso vale per le spese di riabilitazione dopo un infortunio. Quindi, in sostanza, non esiste un limite preciso di spesa rimborsabile dal club (limite che è impossibile da quantificare in anticipo), ma bisogna attenersi alle comuni regole del buon senso. È ovvio che l’assistenza sanitaria deve essere di alto livello, in considerazione del fatto che un atleta usa il corpo come strumento di lavoro e che la buona salute è imprescindibile per una adeguata prestazione. Ma è ovvio altresì che se l’atleta decide di recarsi nella migliore clinica privata, non può pretendere che il club gli rimborsi qualsiasi cifra.

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11. Quanto rende il fondo di fine rapporto? Quando posso chiedere la liquidazione della quota depositata a mio nome?
Gli investimenti del capitale del Fondo di Fine Carriera dei Giocatori Professionisti  seguono criteri di prudenza, imposti dallo Statuto, e tengono conto che si tratta di Fondo previdenziale, privo di fini speculativi. La maggior parte del capitale è investito in Titoli di Stato o comunque garantiti dallo Stato. Una parte è investita in Obbligazioni di Istituti Bancari e di Aziende di primaria importanza. Una parte minoritaria è investita in fondi immobiliari ed in fondi bilanciati, in modo da poter beneficiare comunque delle oscillazioni del mercato azionario. Malgrado la prudenza adottata, i rendimenti dell’ultimo anno sono stati negativi, avendo gli stessi risentito della crisi finanziaria che ha colpito l’economia mondiale. Una perdita che tuttavia non ha intaccato e nemmeno scalfito la solidità del Fondo. La peculiarità del Fondo di Fine Carriera dei Giocatori di Basket è che gli aventi diritto possono chiedere la liquidazione nel momento stesso in cui terminano la carriera (o comunque quando escono dal settore professionistico), senza dovere attendere l’età della pensione. Ciò non agevola gli investimenti, ed aumenta i costi di gestione, ma rappresenta una prerogativa di grande importanza per i giocatori associati del Fondo: un fatto è potere disporre subito, anche a 30 o 35 anni della somma accantonata, altra cosa è dover attendere i 65 anni e cioè l’età della pensione, come accade per i trattamenti di fine rapporto di tutti i lavoratori. Anche per questa ragione, e cioè per il fatto che il Fondo deve essere sempre pronto alla liquidazione, quando gli investimenti producano plusvalore (e cioè sempre, a parte l’eccezione di questo anno), l’utile al netto dei costi di gestione è posto a riserva e non viene ripartito. Ricordiamo sempre che la liquidazione del Fondo deve essere chiesta, usando gli appositi moduli scaricabili dal ns. sito, entro il termine perentorio di prescrizione di 5 anni dalla maturazione del diritto, e cioè dal 30 giugno dell’anno dell’ultimo campionato da professionista, o dal giorno del deposito della risoluzione contrattuale, se precedente. Tralasciare di chiedere la liquidazione nel termine citato significa perdere il diritto alla liquidazione. Le somme che il Fondo omette di liquidare per prescrizione sono poste a riserva. Ogni attività economica dell’organo amministrativo del Fondo è controllata e certificata per Statuto da un Comitato di Sorveglianza composto da 3 membri, i quali ogni trimestre redigono una relazione sulla gestione.

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