AMARCORD: SUPERMARIO IN GRECIA.

Categories: Il Blog di Mario Boni

Nel 2007, su Superbasket, uscì una mia conversazione a puntate con il giornalista Luca Maggitti. Ripropongo, per il blog, le puntate dedicate ad America e Grecia. Due giorni fa ho pubblicato quella relativa agli USA, oggi la Grecia.

Mario Boni

LA GRECIA
(Anni 1996 – 1998)

Mario Boni, perché scegliesti di andare in Grecia?
“Era stata appena approvata la ‘Bosman’ e per me, che di grandi richieste non ne avevo mai avute, era il momento di rimettersi in discussione. Era appena finita una mediocre stagione a Montecatini, dove la squadra non rese per quanto ci si aspettava e il Presidente voleva ridimensionare il budget. Così mi fu detto che non era possibile rispettare il mio ingaggio. Chiesi subito a Santrolli, il mio agente, di sondare le possibilità del mercato estero. Venne fuori questa possibilità di andare a Salonicco, nelle file della grande Aris.”

Agli inizi non furono rose e fiore, per intenderci. Cosa c’era che non andava?
“Perché all’inizio la situazione era davvero difficile. Tieni conto che eravamo in 15 e che il quindicesimo era Tomidy. Aggiungici che il clima in squadra non era certo da educande. Era una lotta giornaliera.  Ad ogni allenamento volevano mazzate spaventose. Poi, per quanto mi riguarda, dovevo cambiare la mia mentalità. Vietato tirare da tre in contropiede e niente forzature. Di contro, una difesa di ferro e un gioco che non lasciava spazio all’inventiva. Per finire, l’allenatore non mi vedeva di buon occhio, visto che preferiva far giocare i greci. Forse non aveva ancora assorbito le nuove regole.”

Poi arrivò coach Subotic, con quegli strani allenamenti personalizzati. E’ vero che aveva un occhio di riguardo per i vecchietti della squadra?
“L’arrivo di Subotic fu la svolta. Mi ricordo che nell’infuocato derby contro il Paok eravamo sotto di 15 punti, con Stojakovic che ci crivellava da tutte le parti. Eravamo nel secondo tempo. Subotic si giro verso la panchina, mi guardò e mi disse:  ‘Vai!’. Entrai e sparai tre bombe consecutive, mandando in delirio i tifosi dell’Aris. Perdemmo quel derby, ma io conquistai un posto in quintetto. Da quel momento per me iniziò un periodo idilliaco. Non uscivo mai dal campo. Addirittura, quando ero stanco e chiedevo cambio, ‘Subo’ chiedeva minuto di sospensione per farmi riposare!”

Avevate una squadra davvero fortissima: vuoi ricordarla?
La squadra era bella tosta. Cominciamo con il parlare dei due lunghi. L’ala forte era ‘Piculin’ Ortiz: un 210 cm di grande tecnica e grande presenza a rimbalzo. Uno spaccaballe di prima, ma uno che c’era sempre quando contava. L’altro era il mitico Shackleford di casertana memoria, un pivot eccezionale che era vittima delle sue nottate. Nessuno era in grado di sapere in che stato si sarebbe presentato agli allenamenti o, peggio, alle partite. Poi c’era quello che per me è uno delle guardie più forti d’Europa e cioè Panagiotis Liadelis: un metro e 90 di pura potenza e cattiveria. Io ero all’ala piccola e Siutis era il play, un buon play, grande difensore con un buon tiro dalla media e lunga distanza.”

Mario Boni - Aris - Coppa Korac 2

La vittoria della Coppa Korac iniziò con il colpaccio in semifinale a Treviso. Cosa ti ricordi?
“Ricordo i tifosi, tutti in rigoroso completo giallonero, che erano impazziti, gli abbracci dei miei compagni e l’arrivo all’aeroporto di Salonicco, con almeno tremila persone se non di più che ci aspettavano per gioire con noi.”

La vittoria finale, sempre in trasferta, avvenne contro i turchi del Tofas Bursa  e con i militari in assetto antisommossa che vi scortano. Come si fa a vincere con quel clima?
“Avevamo perso in casa contro questi turchi di 11 punti e così ci saremmo giocati la vittoria nell’inferno di Bursa. E ti assicuro che lo era davvero, un inferno. In tutti i sensi. Venimmo scortati dalle forze speciali al palazzo, dove trovammo una situazione incredibile. Sarà  per i problemi tra greci e turchi, sta di fatto che l’atmosfera era incandescente. Però li abbiamo asfaltati. Non so come abbiamo fatto e perché sia successo, ma loro erano incapaci di giocare e noi li seppellimmo sotto 22 punti di margine. A 40 secondi dalla fine, con palla a noi, i turchi cominciarono a gettare di tutto in campo e così i militari con gli scudi antisommossa vennero a proteggerci e poi evacuarono il palazzetto.”

Ma è vero che vi aspettarono in 13.000 all’aeroporto, per vedervi con  la Coppa?
“Quando tornammo fu una cosa pazzesca. Calcola che la partita la diedero in diretta nazionale e cosi tutta la Grecia poté esultare con noi. Tutta Salonicco era vestita di giallonero e migliaia di persone si riversarono per le strade. Una delle cose più emozionanti della mia vita.”

Mario Boni - Aris - Coppa Korac 1

Cosa ti è rimasto dentro dell’esperienza greca?
“Un posto e un popolo meravigliosi. E la voglia di tornarci.”

Quell’anno quanti italiani c’erano oltre te in Grecia? Vi vedevate?
“Erano tutti ad Atene. Attruia, Chiacig e Coldebella all’Aek e Pieri al Panionios. Non ci siamo mai frequentati.”

I tuoi compagni di squadra? Riesci a raccontarmi quello più particolare e i motivi della sua eccentricità?
“Ero molto amico di Mike Nahar, ma quello più pittoresco era sicuramente Liadelis. Comunque era una squadra di belle teste di cavolo. Mi ricordo che i due playmaker non si rivolgevano la parola che per dirsi qualcosa usavano me e poi, durante gli allenamenti, c’erano continui litigi e spesso finivamo con il venire alle mani. Insomma: alla faccia del gruppo!”

IMMAGINI
Mario Boni in Grecia, con l’Aris di Salonicco vincitore della Coppa Korac. [Foto www.arisbc.gr]

Luca Maggitti

Author: Giba

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